andarsene, rodrigo hasbún, sur

Chi se ne va da cosa cosa? Chi se ne va da chi? Andarsene, in una parola.  Un titolo perfetto, pensi che ci sia tutto in quella parola lunga il giusto: la trama, i personaggi il tempo. Ci si annoda perfettamente. Leggere un libro cosi piccolo con l’ attesa costante di chi andrà e ogni volta farsi appunto la stessa domanda e scoprire ogni volta che diavolo non é l’ultima, e che chi va resta, sperduto, perso, abbandonato o abbandonatosi, questo il calcolo che non torna. Il titolo é perfetto, é un genio questo Hasbún. Peccato che non sia il titolo originale. Los afectos.  Ci si da  dell’imbecille perché si vede ciò che si voleva vedere, per un un secondo si rivive tutto, troppe ammissioni per non ricordarle una dopo l’ altra, e non si vede più  quello che si voleva vedere, si vede  quello che c’è. Oltre a quello che c’era prima. Los afectos. Quando ci sono. Andarsene. Radiografarsi, allo specchio, con una sorta di cuore in mano, un autoritratto per lettore solo. Eppure sembrano tutti fuori da queste pagine questi afectos, questi andarsene. Nelle righe bianche fra le righe d’inchiostro? O sull’oceano che muove i protagonisti. O nella grande storia. Da qualche altra parte. Ma c’è anche tutto. Chissà se c’è un qualche fio da pagare, una colpa da estirpare con  la sofferenza. Monika e la storia che passa sulla pelle e che ti attraversa e che puoi restituire in attesa, in rassegnazione o in vita sfidata. La vita va sfidata, tutto qui, un gioco che Hasbún applica a chi sfoglia. Un gioco che non si sa se vittoria o perdita, Reinhard ne sa qualcosa. Forse  l’ olio combustibile  dovrebbe bastare. Ma chi lo sa. Nel grido dilaniato di animali c’è tutto, di quali animali si tratti, questa é un’altra storia, che Hasbun l’ abbia scritta per noi questa é un’altra ancora.

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Carne viva, lettore morto e contento.

Mah a me ‘ste definizioni del picchio mi fanno un po’ pensare ma tant’ é esistono e ammetto di 12010739_1569665343254106_7266460855854361358_oessermene a mia a volta rivolta ma sto cercando di smettere giuro! Dopotutto quando la giraffa allunga il collo per raggiungere la più sparuta foglia sul ramo più alto  arriva quella bassa, sfigata ma ben furba, che se ne frega della teoria evoluzionista e in qualche modo se la mangia  schiaffeggiando il vecchio barbone, e Marie, la stupefacente  Marie, arriva e scompagina tutto, e la narrativa di confine  esiste ma lei la spazza via e la riscrive violenta, violentissima, senza spargimenti di sangue, bamm una tranvata nei denti, potente, potentissima e ci si fa da parte come lettori. Come l’autrice. Scompare, si mimetizza, se ne va lasciandoti solo con Marie e i suoi gran cazzi amari.
La nuovissima collana Big Sur é nata, e con lei Carne viva, o meglio viceversa.
Coraggio autoriale ( tanti scopare, rigettare, e via andare  nel testo per rendere tutto pulito ed asettico da far invidia ad una sala operatoria) e coraggio editoriale (pubblicare un testo cosi asettico da sembrare a volte un manuale per pulire un’affettatrice) portano a un testo simile, piace o no, le mezza misure lo sviliscono, ammazzerebbero la protagonista Marie e la sua lotta continua continua continua a ridursi al minimo, a occupare meno spazio possibile, ad affievolire la sua voce. Solo quella però. La voce del corpo si propaga, cerca spazio, si diffonde dappertutto ci sia qualcuno ad ascoltarla col suo corpo. É duro avere 17 anni. Mettersi in gioco senza conoscere nessuna delle regole della vita di più. Marie fa tutte e due le cose. Ci fa sentire adulti piccoli, miseri, insoddisfatti delle nostre insoddisfazioni ridicole. Coraggio da libraio? Anche. Per tanti motivi, uno fra tutti dire chiaramente al lettore io nei coltelli ci posso veder uno specchio, prova anche tu.
E il confine? C’è c’è, ce ne sono tanti, boys e niñas, un po’ quartiere un po’ barrio un po’ mondo, lei loro e i lettori, ci sta tutto. E un grazie totale a Martina testa: chiuso il libro un occhio al titolo originale, bammm.